L’insegnante mediocre dice. Il buon insegnante spiega. L’insegnante superiore dimostra. Il grande insegnante ispira. (William Arthur Ward)

La lettura della biografia di Federico Fellini non lascia altro da pensare che al motivo per cui sia reputato uno dei maggiori registi italiani. Fumettista e scrittore di satira negli anni ‘30 e sceneggiatore in seguito per Aldo Fabrizi, Fellini non inizia la sua carriera direttamente come regista.
Il suo avvicinamento al mondo della regia avviene in concomitanza con l’inizio dell’amicizia con il regista Roberto Rossellini, nonostante in più occasioni Fellini si contraddirà affermando che dal regista ha imparato tutto, ma che non gli ha insegnato niente. È quasi la fine degli anni ‘30, quando Rossellini, a causa di una sua forma di timidezza, non voleva mai avere contatti con gli attori prima dell’inizio delle riprese.


Da questa sua caratteristica, nasce una tecnica che verrà adoperata anche da Fellini: creare la scena di volta in volta, scegliendo all’ultimo gli attori, che riceveranno i dialoghi e le indicazioni sceniche solo al momento delle riprese. Questa sorta di improvvisazione sul set, Fellini l’ha ereditata proprio da Rossellini che, pur non provando un senso di timidezza con gli attori, ha ampiamente sperimentato la tecnica di distribuire i dialoghi a sorpresa, già dal momento in cui faceva lo “sceneggiatore volante” al fianco di Rossellini.

La loro amicizia inizia durante le riprese di Paisà, quando Fellini non era un assistente ufficiale, ma si ritrovò più volte sul set spinto dalla curiosità che Rossellini riusciva a smuovere in lui. Con Paisà, Fellini firma ufficialmente il contratto “virtuale” che lo porterà una volta per tutte dietro la macchina da presa, il trampolino di lancio della sua immensa carriera.

Da Roberto ho appreso questa possibilità di fare cinema camminando in equilibrio fra le situazioni più avversative, anzi riuscendo a trarne vantaggi, a trasformarle in uno stimolo per l’ispirazione. Il vero ammaestramento che io ho raccolto nei sei o sette mesi della lavorazione di Paisà è stato quello di vivere l’avventura del film, e di rappresentarla vivendola. Mentre il Rossellini autore, che ammiravo e ammiro moltissimo, non mi era però congeniale, il suo modo di fare cinema, il suo comportamento di regista, il suo atteggiamento psicologico di fronte alla realtà da rappresentare mi hanno influenzato in maniera decisiva. Rossellini, insomma, mi è apparso nel momento giusto, come qualcuno che indicasse senza parlare, che mettesse a fuoco, col solo fatto della vita in comune, la strada per la quale dovevo incamminarmi anch’io”.

Appassionato da sempre di film americani, perché “film di propaganda, per una concezione più libera della vita”, viaggerà negli Stati Uniti contrariato dalla continua pressione dei mass media, traini di visioni omologate e prive di qualsiasi forma di espressione artistica. Fellini aveva uno scopo: mettere in scena i suoi sogni, proprio come quando riportava le narrazioni sui disegni, trasformando il suo dono della pittura in cinema. A un giornalista francese che gli chiese il senso intrinseco dei suoi film, lui rispose: "Non voglio dimostrare niente, voglio solo mostrare".

Difficile non ricordarsi di un personaggio che si è sempre definito come “un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo”. Lo ha ricordato Martin Scorsese, confermando l’impossibilità di conoscere Fellini come regista attraverso un solo film: “Ti fai un danno, perdi un viaggio gratificante senza portare a termine l'avventura. La sua non è un'identità statica, ma una che è cresciuta e cambiata in molti modi, come ha fatto la sua vita. Con La dolce vita, Fellini ha infranto tutte le regole, quella della narrazione in particolare, con un’audacia pazzesca per gli anni ‘50: nessuno si era mai trovato di fronte ad un film di quell'intensità morale, di un'intelligenza e di una maturità così centrali nel film”. 

Lo ha ricordato Madonna in un’intervista, quando nel 1992 si rivolse a lui per dirigere il video di Rain: “Mi rispose con una lettera in cui rifiutava cortesemente la proposta. In seguito, venni a sapere che era malato, e infatti morì dopo alcuni mesi. Ho incorniciato quella lettera, vergata con la sua inconfondibile calligrafia e l’ho appesa qui, nel salotto della mia casa di New York, accanto ai quadri di Tamara De Lempicka”.

Lo ha ricordato di recente anche Steven Spielberg, durante la serata dei David di Donatello del 2018: “Fellini mi ha adottato e mi ha fatto da maestro. Era il 1971, mi trovavo nella mia camera d’albergo a Roma, quando improvvisamente squillò il telefono. Una voce femminile disse: ‘Il Maestro vuole conoscerla’. Chi? ‘Mr. Fellini‘. Sono sceso di corsa e c’era Federico che mi aspettava. Aveva visto Duel ad una proiezione la sera prima ed era venuto a dirmi quanto gli fosse piaciuta. Mi portò a fare una passeggiata e io vidi Roma attraverso i suoi occhi. Siamo rimasti sempre in contatto scrivendoci. La sua assistente mi ha svelato che, prima di morire, l’ultima lettera che ha voluto leggere è stata una delle mie. Avevamo moltissimo in comune: soprattutto un grande amore per l’assurdo”.

E noi oggi vogliamo ricordarlo con questa intervista, realizzata da Pippo Baudo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro come amava definirsi lui stesso, o semplicemente utilizzando una parola… Felliniano!