Blu, e se Joker fossi io?

Sono uscita dal cinema Anteo e ho appena salutato Fabri, se quello può essere definito un saluto. Mi sento capovolta, un po’ svuotata, eppure sono entrata in sala con l’entusiasmo da “oh mio Dio, questo è il film dell’anno!”.


Sono affezionata a Joaquin Phoenix che già con The Master o Her è riuscito a trattenermi seduta sulla poltrona del cinema o sul divano del salotto per quei cinque minuti abbondanti dopo i titoli di coda necessari a farmi tornare alla vita reale, ordinaria e senza troppe domande.
Mi piacciono le domande, ma solo quando sono gli altri a farmele, non quando me le pongo io stessa e Joker non smette di farmi cercare risposte, ancora e ancora.

Sono seduta all’entrata al cinema, sugli scalini, non riesco a trovare un taxi libero (come ogni piovoso sabato milanese).

La sala era piena di persone diverse e proprio davanti a me c’era un signore sulla 60ina. Sono certa sia un professore con quei classici occhialini tondi e i capelli storti tagliati in fretta dal barbiere sotto casa. Accanto a lui era seduto un ragazzo col cappuccio che a metà film, nonostante non si conoscessero, gli ha mormorato un impacciato “Ne vuole?” offrendogli i pop-corn, come a voler essere rassicurato.

Quando un film arriva alla fine tutti cercano l’uscita il prima possibile per evitare la calca alla porta. Questa volta più della metà della platea è rimasta seduta, aspettava qualcosa e spaesata ho respirato la mia stessa confusione dai sospiri degli altri.

Arthur Fleck è costretto a ridere quando da ridere non c’è più niente, o meglio non ha mai avuto niente da ridere anche se lui non lo ricorda. Un uomo isolato e disturbato che passa le sue giornate pittato da clown per tornare a casa e imboccare una madre assente.
Arthur è un uomo e non viene preso sul serio.

Il taxi è ancora disperso e io vorrei teletrasportarmi al Bar Basso con Fabri per fare ad alta voce tutte le mie domande.
Sogno un negroni (fortissimo). Blu, vorrei che anche a te piacesse il negroni e che mi rispondessi.

Arthur, invece, sogna di diventare uno stand-up comedian per fare ridere le persone, ma le sue battute gli rimangono sulla lingua bloccate proprio dal suo riso incontrollato, isterico, rimbombante. Lo sogna come un bambino sogna di fare l’astronauta, ha un sogno innocente che nasconde la sua speranza di essere qualcuno per qualcuno.

Eppure chi lavora con lui non lo reputerebbe mai un uomo pericoloso, chi lo vede tutti i giorni non si preoccupa se lui scriva sul suo diario: “I hope my death makes more cents than my life” o se le sue battute siano in realtà tristi affermazioni: “It’s funny, when I was a little boy, and told people I was going to be a comedian, everyone laughed at me. Well, no one’s laughing now”.

C’è chi gli regala una pistola, chi lo abbandona, chi lo invita al suo live-show in prima serata.

Mi ha scritto Fabri, anche lui vuole quel negroni, passa a prendermi in Enjoy, fanculo taxi del sabato.

Sta per iniziare l’ultimo spettacolo, sono tutti così eccitati con quelle sigarette veloci prima di entrare in sala.

Mi risuona in testa Frank Sinatra.
Ah, non ti ho detto che anche la colonna sonora è SUPERBELLA! Perfettamente immersa in un tempo atemporale e in una Gotham che potrebbe essere Via Padova. Tutto così lontano e vicino, così squallido e affascinante, così scomposto e diretto, così consumato e impeccabile.

Blu, non smetto di chiedermi: quante persone che si sentono inadatte, che sono in difficoltà, si mettono una maschera e affrontano le proprie giornate così? Con quanta semplicità lasciamo passare davanti a noi queste persone e con quanto cinismo scegliamo le parole da dire agli altri pensando di non fare niente di sbagliato? Quanti di noi indossano la maschera senza neanche rendersene conto costruendo una realtà illusoria come corazza, magari dietro un profilo IG? Quanti di noi avranno bisogno di quella pistola regalata, di quell’invito alla ribalta per far esplodere la granata che portano in grembo?

Un continuo inseguirsi di citazioni che se approfondite rendono al messaggio senza speranza urlato dal film più semplice insinuarsi nella mia testa.

L’unico momento del film in cui Arthur ride consapevolmente, divertito e felice è quando al cinema guarda Tempi Moderni di Chaplin.

Blu, più ci penso e più mi scompiglio.
Alcune scene di Tempi Moderni ci sono state fatte vedere dal prof. di Neuromarketing durante la sua prima lezione, voleva spiegarci l’alienazione causata dal lavoro e quanto la speranza goffamente, ma fiduciosamente raccontata da Charlot debba essere perseguita da ognuno di noi che, una volta immessi sulla strada del lavoro, dobbiamo continuare a essere individui pensanti e non macchine e che il “Non si affatichi, ed eviti ogni emozione” detto al protagonista è una condanna che ci deve rimanere estranea.

Chaplin canta “Light up your face with gladness / Hide every trace of sadness”, Joker scrive “Put on a happy face” quando è ormai distrutto dalla conoscenza di tutto il male che ha subito nella sua vita e in un infinito appello a Taxi Driver il regista ci porta dal disagio individuale al disagio sociale con la massa che innalza il povero Joker e le sue violenze per combattere un sistema che schiaccia.

Arthur Fleck non è un villain dei fumetti, non è l’esemplare Joker di Nicholson o Ledger così disturbanti, ma intangibili.
Arthur Fleck potrebbe essere il mio vicino di casa, la cassiera al supermercato, il mio compagno di banco.

Arthur Fleck è costretto dalla società a far fluire il suo dolore in una direzione sbagliata, quella della violenza e della ribellione pur di farsi spazio tra gli altri che lo ignorano o lo calpestano.

È arrivato Fabri e ha già il mio negroni pronto per il tragitto fino al prossimo.


Arthur Fleck non è cattivo e io non riesco a non pensarci.

Blu, e se Joker fossi io?