Comunicazione sostenibile, smart working e altri rimedi all’epidemia

Hei Viola,
hai fatto scorta di farina e zucchero al supermercato? Io ci sono andato per il Brioschi ma niente da fare, era già tutto finito. È stata dura da digerire.

Perdona il mio pessimo sense of humor e passiamo oltre.
Che te ne pare di tutta questa vicenda del Coronavirus? Covid-19, non era anche un cyborg della serie Dragon Ball? Mmm, forse ricordo male, ad ogni modo come nome per un cattivo sarebbe perfetto!

Passiamo alle cose serie. Ti ho chiesto cosa ne pensi del Coronavirus, ma sai che c’è? in realtà non credo che esprimere la propria opinione sia sempre la cosa migliore da fare.


Questa vicenda infatti ci fa capire quanto rumore siamo in grado di generare, e nonostante sappiamo che il caos non porti mai cose buone, non riusciamo proprio a non dire la nostra, specialmente sui social. E allora via di meme dal black humor stravisto, via di link utili a pagine dove imparare le prassi igienico sanitarie di base, via di titoli clickbate e video su come prepararsi l’Amuchina in casa.
Quanto rumore inutile.

Ma noi non siamo così, vero Viola?
Noi non vogliamo aggiungere la nostra voce a questo coro che è già sufficientemente stonato così.
E allora non lo faremo -o proveremo a non farlo- e affronteremo la vicenda guardandola da un’altra prospettiva.
Quale? La guarderemo dal nostro punto di vista, ovvero dalla parte di chi si occupa di comunicazione e marketing.

Il punto è che se guardi com’è stata raccontata tutta la vicenda, ti accorgi che c’è qualcosa che non funziona nel modo in cui viviamo la comunicazione. Ecco perché mi piacerebbe cogliere l’occasione per parlare di comunicazione responsabile, anzi, sostenibile, oserei dire. Sì perché c’è una stretta relazione tra la qualità dell’ambiente in cui viviamo e quella della nostra comunicazione digitale. Se inquiniamo la rete riempiendola di pensieri pronti da gettare e difficili da smaltire, inquiniamo la nostra stessa vita.
Invece in questi giorni i social e le testate online ricordano tanto uno di quei vicoli degradati, in cui disperati di ogni tipo si affacciano da dietro ai cassonetti per venderti qualunque porcheria a basso costo, spacciandola per merce di prima scelta.

Tutti gli ambiti coinvolti, ovvero la politica, gli esperti e l’opinione pubblica, hanno mostrato grandi mancanze in fatto di comunicazione responsabile. Ed è proprio nelle situazioni straordinarie che si capisce quanto siamo pronti a reagire, e diciamo pure che in questo caso non è andata benissimo.
Non intendo certo speculare su quella paura che ti prende alla pancia quando senti le parole epidemia o quarantena. Quella ci può anche stare, all’inizio. Però dal provare un po’ d’angoscia, al diffondere terrore e allarmismo in ogni angolo della rete, ce ne passa. Soprattutto se il tuo ruolo pubblico è quello di informare correttamente le persone riguardo i fatti.

Voglio essere chiaro: in molti hanno fatto un ottimo lavoro.
Esperti virologi che hanno condiviso la propria conoscenza, permettendoci così di capire meglio il fenomeno del Coronavirus, medici e infermieri che negli ospedali hanno gestito al meglio il sovraffollamento e la tensione di giornate di lavoro difficilissime, politici che hanno invitato da subito a mantenere un atteggiamento equilibrato.
Insomma, ascoltando bene tra le voci di questa folla chiassosa, c’è anche chi ha svolto il proprio lavoro in modo egregio.

Il punto è proprio questo: abbiamo tutti gli strumenti culturali, sociali e di pensiero critico che servono ad isolare dal rumore le voci che ci dicono qualcosa di sensato?
Beh, da come è andata questa storia, sembrerebbe di no.

Ecco allora dove sta l’importanza della comunicazione sostenibile. I social network hanno eliminato la figura del moderatore -che all’epoca dei forum pre-social era sempre presente- in favore di una dinamica da grande piazza del mercato dove tutti gridano e pochissimi ascoltano.
I dibattiti, soprattutto quelli relativi a questioni importanti, andrebbero invece sostenuti da chi è preparato riguardo il tema discusso. Non possiamo pensare di arrivare in piazza e sbraitare la nostra opinione, oppure diffondere il panico come se nulla fosse.
Le nostre azioni hanno delle conseguenze, anche quelle che si svolgono online, e nessuno di noi dovrebbe dimenticarlo.

Spero tanto di non averti tediato con tutta questa storia, ma soprattutto mi auguro di non aver contribuito al rumore.

Un’ultima considerazione.
Per noi che stiamo a Milano è stata dura, perché abbiamo visto come le cose sono rallentate per via del Coronavirus, e come molte si siano addirittura fermate.
Eventi importantissimi per la nostra città e per il nostro settore sono stati rinviati, provocando disagio e apprensione sia tra gli appassionati che tra gli addetti ai lavori.

In tanti però, come anche noi, non si sono fermati, grazie anche alle possibilità offerte dallo smart working, e hanno contribuito a sostenere Milano.
Tra l’altro: quanto sarebbe bello se tutte quelle realtà che ne hanno la possibilità investissero davvero nello smart working? questo si che renderebbe Milano molto più sostenibile!

Comunque, date le circostanze, per questa volta ci sentiamo anche noi di gridare a gran voce in piazza che #milanononsiferma.

Bene Viola, direi che per oggi è tutto.
Ah dimenticavo: se ti servono farina e zucchero sai dove trovarmi, per il Brioschi invece, niente da fare!