Caro Blu, come stai?

È giovedì 28 maggio, percepiti 28 gradi e sono in pausa pranzo.

Sì, ho ripreso a lavorare come prima e oggi non ho ordinato su Deliveroo l’ennesimo pokè, venti minuti per sceglierlo e poi hanno tutti lo stesso sapore.

Sono seduta in quel bar in corso Garibaldi, te lo ricordi? Ti ci portavo sempre prima che il mondo si muovesse in rivolta.

Il cameriere non si è avvicinato per prendere l’ordine, ora si fa tutto tramite app e ho ancora la mascherina. Il bar è pieno, sono tutti soli e poi c’è una coppia, sono vestiti uguali, jeans e maglietta bianca, come quando alle elementari non volevo mettere il grembiule e mamma mi vestiva in bianco e blu.
Siamo tutti con il telefono in mano, anche se abbiamo già ordinato, tutti tranne loro due. Sono entrati dopo di me, si tengono per mano e parlano, parlano guardandosi nelle pupille degli occhi senza quasi battere ciglio.

Per quindici giorni, bar, ristoranti, negozi, devono misurare la temperatura a chiunque entri. È l’unico momento in cui qualcuno si avvicina, in cui uno sconosciuto si avvicina e non si allontana. Ogni volta mi batte il cuore un po’ più forte del normale, forse non so più gestire la vicinanza e divento una piccola Amelie Poulain.


Questa nuova libertà mi da l’impressione di essere al guinzaglio. Quelli allungabili, quelli che le signore usano per i barboncini appena usciti dalla tolettatura. Capito quali? Quel tipo di guinzaglio che, quando il povero peloso riccioluto osa avvicinarsi al peloso altrui, viene repentinamente bloccato e al malcapitato viene smorzata l’emozione dell’incontro sul nascere con il naso che resta nel desiderio. 

Due mesi e mezzo nella boccia, obbligati in una relazione con noi stessi in scala 100:1. Lo sguardo rivolto all’esterno in un perenne girare su noi stessi. Siamo diventati dei pesci rossi e forse abbiamo anche la stessa memoria corta.

Sai chi scrive un diario? Alessandro Michele. Li chiama Appunti e forse ha ragione. Anche io appunto su di te pezzi di Viola. No?

I secondi non hanno tutti la stessa durata. Si dilatano, si stringono. Continuo a guardarmi intorno, guardo fuori. Siamo tutti mascherati. Lo avresti mai immaginato? Le prime volte ho fatto sempre la stessa cosa: mi sono vestita, ho messo il mascara, ho infilato chiavi, telefono e caricabatterie in borsa e sono uscita. Ho fatto le scale due alla volta, sono arrivata al portone ed eccoli li, tutti con le loro mascherine. E io? L’ho dimenticata. Sempre. Sono tornata indietro con un po’ di sconforto nel cuore, l’ho presa. Ho sceso le scale una per volta e sono uscita, mascherata.

È arrivato il mio couscous. Avrei potuto togliere la mascherina appena seduta al tavolo, ma la tolgo solo adesso.
Mi guardo intorno, ancora. Sono tutti lì, ma non li vedo più.

Ho immaginato per due mesi e mezzo il momento in cui sarebbe stato possibile uscire di nuovo e non ho mai immaginato gli altri, ho sempre immaginato gli spazi. Mi sono anche colpevolizzata perché più che sentire la mancanza dei miei amici ho sentito la mancanza di sentirne la mancanza.

Ho immaginato il primo viaggio.

Ho immaginato la prima cena fuori all’aperto.

Ho immaginato il primo tuffo.

01 

Ho immaginato di rimanere con le orecchie sott'acqua per sentire il battito come con lo stetoscopio.

Ho immaginato l’estate.

Ho immaginato di avere freddo dopo una giornata di sole. 

Ho sempre immaginato di respirare tutto il respiro che mi è mancato.



In ordine di apparizione
- foto 01, 02 e 04 : Kenza Wadimoff
- foto 03 : Rob Woodcox
- foto 05 : Julien Pounchou