Caro Blu, tu ce l’hai un’isola di certezza?

È quasi un anno che il tempo si è scomposto in tante misure. Passa così lentamente pur restando veloce.
È quasi un anno che indossiamo la mascherina e ancora ci infastidisce.

Sono un po’ inquieta negli ultimi giorni, in ufficio passo i tempi morti guardando fuori e per fortuna il BASE ha quelle finestre smisurate che affacciano sulle nuvole che mi piacciono tanto.
Quando non guardo fuori leggo l’Internazionale e un articolo mi ha fatto venire voglia di guardarmi dentro.

Cosa sta succedendo? Non lo so e non c’è associazione di parole che abbia capacità di annientarmi come questa. Non – lo – so.

Al bar qualcuno ha dimenticato La società dell'incertezza di Bauman e, come fosse stato lì per me, l’ho portato via. Questo piccolo movimento del mondo senza una logica apparente non è stata una semplice coincidenza, o se lo è stata è stata una coincidenza molto coincidente. Dentro c’erano delle piccole stampe dei quadri di Pollock. Dov’è lo scotch? Voglio regalarteli.


Cosa farò chiusa dentro a tempo indeterminato? Non lo so.

Sono irrequieta.
L’essere umano è capace di convivere con il dubbio, ma in un 2020 di selvaggia incertezza diventa necessario iniziare a parlare con sé stessi e comprendere la propria relazione con il non-certo, imparare suddividere il non-sapere-come-andrà in livelli.
L’incertezza attesa è quella gestibile, l’incertezza inattesa quella che chiama all’azione la creatività per riportarci in equilibrio e la volatilità, quell’incertezza portatrice di frustrazione e impotenza. Quella che mi fa piangere e mi fa paura.

In questo momento siamo in sanguinosa lotta contro la volatilità e mentre nei primi due livelli siamo capaci di individuare la strada che accenda la luce sul buio del dubbio, nel terzo livello c’è solo un modo per non andare nel panico: le isole di certezza. Sono dei frammenti di normalità immersi totalmente nel nostro caos, dei salvagente che ci aiutano a riposare nell’affanno della vita.

È un po’ come quando, iniettando l’anestesia, il medico ti dice: “Pensi a qualcosa di bello” mentre tu tremi d’ansia.
Sai a cosa ho pensato io, Blu?
A un quadro di Pollock e così tante volte mi sono chiesta perché proprio Pollock mi tranquillizzi.

Può un’immagine essere definita un frammento della mia normalità?
Fino a un paio d’ore fa pensavo di no. Poi ho trovato quel libro.

 «L'incertezza è l'habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all'incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita della felicità.» Zygmunt Bauman

Adesso è tutto meno sfocato e in ogni quadro di Pollock vedo il risultato di tante incertezze sovrapposte, collegate o scollegate, calcate o accennate. Tanti possibili futuri di colore che si sono concretizzati su una tela arrivando da tutte le direzioni e che se mal riusciti sono stati prontamente corretti da altre possibilità.

Allora mi immagino come Pollock immerso nel suo oceano di incertezza che pensa a come potrebbe far diventare la tela bianca davanti ai suoi piedi. L’esecuzione della sua previsione strategica inizia con il primo graffio, il primo possibile futuro che diventa una sgocciolatura nera, poi un altro e un altro ancora e alla fine tutto diventa certo. Il quadro è finito e l’artista è salvo.

Però, mentre ti parlavo, è passata un’ambulanza. Sono sempre più frequenti con quel loro canto lamentoso e ormai angosciante. Mi catapulta di nuovo in mare aperto di notte e non mi chiedo più come andrà a finire, ma mi chiedo se finirà questa tempesta.  

Inevitabilmente mi troverò di nuovo sola e inevitabilmente avrò bisogno di supporto per non uscirne troppo danneggiata. Mi dirigerò verso il centro, verso la quasi-calma dell’occhio del ciclone, e resterò lì in attesa che l’anello di temporali intorno a me continui a girare sperando che smetta presto. Nell’incertezza più totale devo accettare di dovermi muovere stando ferma, di fare tutto quello che ho sempre fatto, ma in maniera molto diversa. Dovrò aggrapparmi forte a queste isole di certezza, a quella più stabile.

Il tempo di una canzone e la pausa pranzo è finita.

*Blackbird – Beatles*

Ricordi il giorno in cui da Moleskine viola sei diventato il mio diario Blu? Era il 7 ottobre 2019 e mi ero appena fatta tatuare sul palmo sinistro da uno sconosciuto il riepilogo della mia vita: SUPERBELLO. Forse aveva ragione. Forse dare sfogo alla propria sensibilità non è un male, è bello.

Posso farcela, l’immobilità fisica apre la strada a infinite rotte ideali.
Come per Pollock anche le mie isole di certezza sono a colori.

Sono arrivata al centro e ti tengo stretto, grazie Blu.