Vola vola l’aeroplano

Hei Viola, come te la passi?
L’ultima volta che hai scritto è stato per Willy.
Ho letto d’un fiato le tue parole, avvertendo nel profondo l’angoscia che ne scaturiva.
L’omologazione del linguaggio di cui parli e di cui parlava anche Pasolini più di quarant’anni fa, unita all’omologazione dei comportamenti sociali, ha conseguenze disastrose sul nostro presente.
Oggi voglio raccontarti di come anche i processi che sembrano portarci verso comportamenti virtuosi, possono nascondere l’insidia del non-pensiero.

Come spiega Daniel Kahneman -psicologo premio Nobel per l’economia nel 2002-, nel suo libro Pensieri lenti e veloci, l’uomo può approcciare al pensiero con due atteggiamenti diversi: uno più vantaggioso dal punto di vista delle energie coinvolte, ovvero il pensiero veloce, che ci permette di eseguire gesti e formulare idee in modo rapido, forti di un’esperienza pregressa che ci evita di “pensare di nuovo”; l’altro più proficuo sul piano intellettivo e sociale, ovvero il pensiero lento, attraverso il quale mettiamo in discussione le nostre certezze per approfondire la realtà ed avvicinarci al punto di vista dell’altro.

Prova ad indovinare: nell’era dei social network, qual è il tipo di pensiero più utilizzato?
Credo di conoscere già la tua risposta.

Esiste un processo legato al mondo della comunicazione che mi affascina profondamente, e che ha il potenziale per condizionare le nostre esperienze decisionali e limitare ulteriormente il nostro pensiero lento -se usato nel modo sbagliato-: la gamification.
Si tratta di un processo attraverso il quale si rende interessante un’esperienza di per sé noiosa, trasformandola in un gioco.

Se non gradisci gli inglesismi puoi chiamarla ludicizzazione.